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In ricordo di Pippo

Ad un mese dalla scomparsa, vogliamo ricordare il prof. Pippo Vacatello con l’articolo del quotidiano il Roma scritto da un ex-allievo dell’istituto
Si è spento il sorriso di Pippo, il professore che offriva il caffè agli sconosciuti (quotidiano “Il Roma” del 21/02/2017)

La maglietta nera, la barba lunga, il giornale arrotolato nella tasca dei jeans. E la sigaretta tra le labbra. È l’immagine di chi senza troppa fatica è entrato nella vita e nel cuore di una fiumana di quindicenni spaventati da quel mostro chiamato matematica; l’immagine di chi della vita ha conosciuto anche la parte più dannata, di chi ha scavalcato il pregiudizio con la cultura, di chi la vita in fin dei conti l’ha vissuta a modo suo.Pippo (nella foto) se n’è andato in un’insolita mattina calda di febbraio. Se n’è andato, e tutto ciò che resta sono il silenzio e una lunga serie di insegnamenti e di ricordi che si tramandano di generazione in generazione. Pippo, il professore che ha fatto parlar di sé per il suo look da eterno ragazzo, per la sua mente straordinariamente brillante e fuori dal comune, per lo splendido rapporto che ha saputo instaurare con ogni singolo studente. Con ogni ragazzo, con ogni ragazza. Sì, anche con chi non ha avuto il privilegio di averlo come insegnante. Anche con chi l’ha visto varcare la porta della propria aula solo perché «la vostra professoressa oggi è assente, la sostituisco io. Guaglio’, ce ne andiamo in sala computer, che dite?». Era lui, Pippo Vacatello. Lui, Pippo, che commentava in dialetto gli errori alla lavagna, che per spiegare la lezione consumava una confezione intera di gesso. Che offriva il caffè agli sconosciuti, che ti faceva compagnia mentre fumavi la sigaretta all’intervallo, che ti diceva che nessuno può influenzare la tua vita a parte te, che brinda alla vita con un enorme boccale di birra nel centro di Praga. Pippo, il professore che unisce, che regala un sorriso, che sta dalla parte dei ragazzi. Pippo che viene a scuola con le scarpe da ginnastica bianche, che legge il giornale mentre cammina, che si affaccia alla finestra dell’aula, che ha bisogno di una Diana Rossa manco fosse una medicina, Pippo che ti capisce al volo, Pippo che parte per Praga senza il piumino, che conosce la fisica a menadito. Pippo che ti chiede se stai bene, che ha voglia e che sa stare tra i ragazzi. Pippo che ha i tatuaggi sulle braccia e i capelli lunghi. Pippo che insegna anche se non sta spiegando.

Pippo che mi abbraccia nella foto che da anni è sulla mia parete. Pippo che cammina tra le strade del mio quartiere a passo svelto, alza il viso barbuto e mi saluta: «Ciao, guagliò». Ciao, prof.

Renato Calvi

Renato Calvi 

 

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